L’Aquila e i briganti, le antiche mura raccontano la Storia

gennaio 16, 2017 L'Aquila 555 Views
L’Aquila e i briganti, le antiche mura raccontano la Storia

di Beatrice Sabatini

Aquila, 28 agosto 1275

Il cantiere era ancora in piena attività, nonostante fosse ormai vicina l’ora del tramonto. Gli operai si affaccendavano sugli spalti, ansiosi di portare a compimento quella lunga e alta tratta di mura, a difesa di uno dei punti più vulnerabili della città, lì dove un’ampia strada scendeva agilmente in un boscoso vallone, che digradava verso il fiume e verso le vie di comunicazione più trafficate.

Il tratto del vallone fra la città e il corso d’acqua era uno dei luoghi privilegiati da sparute bande di briganti improvvisati, che si appostavano nelle folte macchie di querce per assaltare i rari passanti che si avventuravano lungo la strada nelle ore meno indicate. Agivano con velocità e precisione quando il sole era talmente basso sull’orizzonte che i suoi raggi non riuscivano a penetrare nel fitto sottobosco, che allungava le sue ombre oltre la fascia di rispetto delle mura, disboscate e sgombre da qualsiasi ostacolo che impedisse lo sguardo attento delle guardie. La vicinanza della città e delle sentinelle appostate sulle mura rendevano comunque azzardati quegli assalti e, in effetti, solo i più disperati si arrischiavano ad aggredire i passanti, mentre le bande organizzate preferivano agire lontano dai centri abitati e dalle postazioni di confine, nelle zone in cui le strade principali dovevano necessariamente attraversare luoghi impervi e boscosi, forre incuneate fra i ripidi versanti dei monti o tornanti arrampicati nei valloni. Soprattutto la via degli Abruzzi, frequentata, ma ricca di luoghi pericolosi, era teatro di veloci incursioni di bande ben organizzate, che individuavano i mercanti, soprattutto fiorentini, e li derubavano delle loro preziose merci, sete, lana, grano o zafferano, ma soprattutto dei loro soldi.

Appena quattro lustri addietro, la città stessa, nata da poco, scarsamente difesa da una popolazione ancora esigua e, a quel tempo, priva di mura in pietra, aveva facilmente subito l’assalto di Manfredi e delle sue truppe, risalite dalla vallata dove scorreva solitamente in pace l’Aterno. Inizialmente, infatti, ma pure dopo la ricostruzione, l’abitato era difeso unicamente da rudimentali fortificazioni di legno e da fossati, presidiati da guardie vestite dei colori della città. La necessità di una cinta muraria più efficace aveva spinto Lucchesino da Fiorenza, assistente del Capitano e poi Capitano lui stesso, a promuovere la costruzione di fortificazioni in pietra. I lavori erano presto incominciati ma era subito parso evidente che sarebbero andati avanti lentamente. Il progetto era, del resto, ambizioso e non sarebbe stato semplice trovare uomini e soprattutto denaro a sufficienza per erigere con sveltezza le previste tre miglia e mezzo di mura, spesse oltretutto una canna. L’impresa era ardua ma, lentamente, gli operai stavano facendo progressi nel lavoro, dando la precedenza ai punti difficilmente difendibili, nei quali il tracciato delle mura abbandonava i pendii più ripidi del colle per adagiarsi su declivi più dolci.

Attraverso le porte civiche, aperte nelle alte palizzate o nei tratti già eretti in pietra, si svolgeva quotidianamente il via vai di uomini e donne, abitanti della città e del contado o stranieri provenienti da ogni dove, ricchi mercanti o poveri in cerca di precari mezzi di sussistenza, vestiti di abiti dai colori e dai tessuti preziosi o di grigi panni ruvidi e trasandati, con, sul volto, il pacato sorriso del benessere o la tetra disperazione della miseria. Tutti con i loro affari e le loro speranze, tutti attratti dalla novità che il sorgere della città portava in quei territori perduti fra gli alti monti.

Morzellictu, il boccone, detto così perché era basso di statura e all’apparenza di corporatura alquanto macilenta, bighellonava per le strade o si appollaiava sugli spalti delle mura in costruzione, con le corte gambe penzoloni, intento ad osservare il via vai continuo e variopinto di persone e mercanzie. Spesso, però, veniva scacciato malamente dai manovali, disturbati nel lavoro, o dalle stesse guardie, che lo mandavano altrove. Morzellictu fingeva di obbedire, ma in realtà tornava subito ad appostarsi nei pressi delle porte più frequentate, sbocconcellando una mela con espressione assente, appoggiato pigramente a un muro, con il cappellaccio da contadino abbassato sul viso. Sotto i capelli sudici e la fronte sfuggente, i suoi occhi scrutavano attentamente tutti coloro che gli passavano accanto ed egli sapeva individuarne, per istinto corroborato da lunga esperienza, mestieri e condizioni sociali. Nessuno sapeva, invece, nulla di lui, né il suo nome né il luogo da cui proveniva né quello dove viveva. Lo conoscevano tutti ma nessuno lo conosceva veramente. Quando il tempo era brutto, si rifugiava in qualche locanda, sedendosi negli angoli più scuri, inspiegabilmente sempre in possesso di sufficiente denaro per ordinare vino e cibo. Dal suo posto discreto continuava ad osservare attentamente gli avventori, fino a quando, sempre prima che suonasse l’ora del Vespro e si avvicinasse la chiusura delle porte cittadine, andava immancabilmente a salutare Bernardo De Turribus, che non saltava mai la sua passeggiata serale dalla Cattedrale a Porta di Paganica.

Il De Turribus era considerato da tutti il benefattore di Morzellictu, il quale occasionalmente lo accompagnava per le vie della città anche in altre ore del giorno, come garzone, e i due si intrattenevano quasi ogni mattina e ogni sera in brevi chiacchierate, Bernardo dritto e imponente nei suoi abiti costosi, Morzellictu untuosamente curvo, col cappellaccio in mano e lo sguardo servile. Il breve incontro serale terminava spesso con l’elargizione da parte di De Turribus di alcuni spiccioli al servo, che sgattaiolava via nella notte che si avvicinava. Solo pochi sapevano dell’abitudine di Morzellictu di rifugiarsi, a tarda sera, nelle stalle di De Turribus, già in bella vista sul colle, accanto alla parrocchiale di San Flaviano, ancora incompiuta sulle fondamenta ricavate da una precedente struttura, della cui storia, fatta di soprusi e di sotterfugi, si malignava ancora in città. E De Turribus, che aveva personalmente offerto a Morzellictu un luogo dove rifugiarsi e il modo di procacciarsi regolarmente un pasto in cambio dei suoi servigi, era uno dei protagonisti di quei pettegolezzi, assieme ai Cavalieri dell’Ordine del Tempio.

Quel pomeriggio Morzellictu si era appostato proprio dinanzi alla parrocchiale, ben sapendo che, di lì a poco, sarebbe arrivato De Turribus. Si era attardato a seguire pigramente le veloci nuvole che, dopo un impetuoso temporale, durato quasi tutta la mattina e parte del pomeriggio, così come nei giorni precedenti, stavano ora lasciando il posto ad un cielo terso, cui il sole, ormai vicino ai monti ad occidente, non riusciva a trasmettere nuovamente il calore dell’estate.
Un giovane cavaliere attirò la sua attenzione: gli parve di riconoscere in lui il Templare francese che aveva visto arrivare in città alcuni giorni addietro, ma stavolta lo straniero indossava un lungo mantello anonimo e il suo atteggiamento era quello di chi non voleva farsi notare. Stava, infatti, in disparte, appoggiato allo spigolo di una casa, e sembrava interessato esclusivamente alla contemplazione delle robuste muraglie absidali della chiesa, lungo la ripida via che conduceva alla Porta di Baczano. Non sembrava neppure interessato al rumoroso gioco di alcuni ragazzini, impegnati ai quattro spigoli delle case che chiudevano il lato più corto della piazza. I ragazzini componevano un gruppo numeroso, ma solo cinque erano realmente impegnati nel gioco. Quattro di loro erano, infatti, appostati ai cantoni delle case ed uno al centro del quadrilatero che ne risultava. I quattro si cambiavano continuamente di posto, correndo, al grido di «Chi me coce ‘sta saraca?», mentre il quinto cercava di conquistare uno dei cantoni. I ragazzi non coinvolti direttamente nel gioco stavano leggermente in disparte, ma ne erano ugualmente presi, intenti com’erano a schiamazzare, facendo il tifo per il proprio beniamino.

Eppure, nonostante le allegre grida e le frequenti discussioni riguardo agli esiti del gioco, il cavaliere non li degnava di uno sguardo.
Era palesemente in attesa e Morzellictu, incuriosito, restò ad aspettare anche lui. Ogni tanto il cavaliere gettava un rapido sguardo alla piazzetta prospiciente la chiesa, scrutando i volti dei passanti, per poi tornare alla contemplazione delle absidi. Finché un altro giovane, che era ben noto a Morzellictu, non si avvicinò a lui, salutandolo con rispetto. Il nuovo venuto era Jacopo della Rocca, giovane rampollo di una famiglia di origini nobili, fra le poche che avevano sostenuto la nascita della città, mettendosi contro il deciso osteggiamento da parte della maggioranza dei feudatari, e, anzi, andando presto ad abitare in Aquila, ancor prima che Manfredi la radesse al suolo. I due giovani stettero alquanto a parlottare fra loro, per poi raggiungere un servo, che recava con sé due cavalli e li attendeva nella piazza. Morzellictu decise che era il caso di continuare a seguirli, poiché entrambi appartenevano alla schiera degli oppositori del suo benefattore e, in più, avevano avuto l’ardire di darsi appuntamento proprio nei “domini” di Bernardo. Così, notando che i due, seguiti dal servo, si dirigevano verso la Porta di Baczano, scendendo con studiata lentezza la strada di fianco alla parrocchiale, Morzellictu non perse tempo e si arrischiò a bussare alle scuderie di De Turribus, che si affacciavano su una viuzza parallela. Gli fu aperto dallo stalliere, con il quale divideva ogni notte un cantuccio del fienile e che si udì brontolare dietro l’uscio, disturbato, a suo dire, nel bel mezzo del lavoro.

«Dammi un cavallo, presto!» disse Morzellictu allo stalliere, il cui soprannome era Zaccone, cioè pagliericcio, poiché aveva sempre paglia sugli abiti e fra i capelli.
«Tu sei completamente matto!» rispose Zaccone. «Un cavallo a uno come te? E a che vi serve, di grazia, messere?» insisté con sarcasmo.
«Non mi far perdere tempo!» replicò Morzellictu, rosso per il risentimento. «Se perdo di vista quei due», sibilò, «sarà per colpa tua e lo dirò al tuo padrone!» concluse, afferrando Zaccone per il bavero, e costringendolo con forza impensabile ad affacciarsi dal portone. Senza lasciare la presa, indicò Della Rocca e il Templare allo stalliere, mentre sostavano brevemente all’incrocio con la strada dove era la dimora di De Turribus,
Zaccone sbirciò fuori i personaggi oggetto dell’interesse di Morzellictu e, riconoscendo Della Rocca, intuì che forse valeva la pena di rischiare.
«Faccio subito!» rispose allora, «Tu aspetta qui. Non perderli di vista!»
Morzellictu restò ad attendere nervosamente, spostandosi alternatamente sui piedi, solo in parte rassicurato dal fatto che i due cavalieri parevano nascondere l’aria cospiratoria sotto una esibita tranquillità. Mentre i due erano ormai spariti lungo la discesa, arrivò Zaccone con un asino, non troppo giovane e dal pelo opaco.
Morzellictu trasecolò, gettando gli occhi al cielo.
«Ma come faccio a seguire i loro cavalli con questa bestiaccia, tua degna simile, asino che sei?»
«E cosa credi che penserebbero le guardie sulla Porta vedendo uno zappaterra come te in groppa ad una cavalcatura come quelle del mio padrone?»
Morzellictu tacque, colpito.
«Ti arresterebbero accusandoti di furto e ti porterebbero dritto dal Capitano.»
Morzellictu si convinse, ma preferì evitare di dare a Zaccone la soddisfazione di aver ragione, dicendogli invece di avvertire il padrone che avrebbe seguito i due uomini. Afferrò poi le briglie in silenzio e, avviandosi lungo la ripida costa, corse fino all’incrocio, per poi ricomporsi nella via principale, avanzando più lentamente ma sempre a passo sostenuto e a debita distanza per non perdere le sue prede senza però dare nell’occhio.

Giunto nella via di Baczano, infatti, aveva subito individuato i due cavalieri mentre avanzavano nella luce calante lungo le discese che conducevano alla Porta, senza fretta, anzi fermandosi brevemente di tanto in tanto, apparentemente intenti a discutere di argomenti insignificanti. Le vie erano percorse da passanti frettolosi, diretti alle loro dimore, mentre la sera si avvicinava, coprendo con un velo azzurro le case, ancora separate da ampi tratti di lotti inedificati e da spazi lasciati a dividere le pertinenze dei vari locali, identificati da targhe e iscrizioni in pietra, applicate sugli edifici di confine e, dove necessitava, sulla parte interna delle mura.
Contrasti, vendette e assassinii, per rivalità concernenti l’assegnazione dei locali e per altre motivazioni più o meno gravi, non erano infrequenti in città, mentre la sua costruzione proseguiva lentamente. Il principale motivo di contesa risiedeva soprattutto nel fatto che le diverse comunità, provenienti da luoghi differenti, faticavano ad amalgamarsi così in fretta, mantenendo al contrario un legame piuttosto forte anche con le rivalità preesistenti all’organizzazione del nuovo centro urbano, che tanto avevano desiderato per affrancarsi dall’oppressione dei feudatari. Lo stesso Bernardo De Turribus, rappresentante del suo locale nel consiglio cittadino, aveva fomentato nell’ombra alcuni disordini di quartiere per poi, con astuzia, atteggiarsi pubblicamente a paciere, per imporre la sua personale idea sulla assegnazione dei lotti. E il tutto gli era servito a creare favoritismi occulti e alleanze segrete con personaggi che, in caso di necessità, si sentissero in obbligo, solitamente per timore di ritorsioni, a testimoniare in suo favore, soprattutto nel caso di dover coprire e giustificare i suoi traffici illeciti. Bernardo, in effetti, era riuscito proprio in questo modo ad avere la meglio nella contesa privata contro i Cavalieri del Tempio, ai quali uno dei suoi avi aveva anticamente venduto il terreno sul quale era stata edificata una magione, distrutta poi da Manfredi, terreno di cui De Turribus si era riappropriato per potervi di nuovo ricavare denaro. I Templari avevano protestato ma, non avendo più la documentazione necessaria andata perduta al tempo di Manfredi, e non trovando testimoni a favore, poiché chi sapeva, temeva Bernardo e preferiva assecondarlo, ebbero la peggio e dovettero comprare un nuovo terreno, nel locale assegnato a Terra Negra, per costruire una nuova Casa. Tutto ciò era ben noto in città, e solo il Capitano sembrava esserne all’oscuro, o forse, in mancanza di testimoni e prove certe, impossibilitato ad agire. Morzellictu, che sapeva anche dell’astio fra De Turribus e i suoi irreprensibili parenti Della Rocca, non poteva non investigare su un incontro fra due oppositori così importanti del suo benefattore.

I due giovani si arrestarono davanti alla Porta e montarono finalmente a cavallo, separandosi dallo scudiero, che si voltò per risalire lungo la via. Morzellictu montò a sua volta sull’asino, osservato con curiosità da una delle guardie, e poi si avviò dietro i due, continuando a mantenersi a debita distanza, tranquillizzato dal fatto che il traffico sulla strada era ancora intenso e mescolandosi alternatamente a gruppi di mercanti per coprire il suo inseguimento.
I due cavalieri parevano non avere fretta e mantenevano i cavalli al passo, facilitando non poco le cose a Morzellictu, che li avrebbe sicuramente persi di vista nel caso in cui avessero spronato le loro cavalcature al galoppo. Ma ai due premeva non dare nell’occhio e solo quando giunsero alla base della strada deserta che, separandosi dalla via principale che conduceva all’altipiano delle Rocche, portava al Castrum Cassari, si arrischiarono a spronare le cavalcature al trotto. Morzellictu non si scompose, poiché sapeva che quella strada nascosta nel querceto aveva un’unica destinazione e continuò a seguirli con passo lento, scrutando in continuazione il percorso, per evitare di suscitare curiosità in un inatteso e improbabile passante.

Ma nessuno aveva motivo di percorrere quella strada, a quell’ora, e Morzellictu giunse, non visto, al margine del bosco, chiedendosi il motivo di quello strano incontro fra quegli uomini così osteggiati dal suo padrone. Prima di sbucare nella fascia disboscata che saliva fino alle mura del castello, lasciò la strada e si inoltrò alcune decine di passi fra gli alberi, cercando un luogo adatto a nascondere la sua presenza, ma che gli permettesse contemporaneamente di tenere sotto controllo l’accesso del castello.
«Farà freddo, dannazione!» pensò fra sé e sé, sbirciando le alte cime sul lato opposto della valle, sulle quali un sottile strato di neve aveva resistito ai pur deboli raggi del sole di quel pomeriggio. Non avrebbe potuto accendere il fuoco, poiché avrebbe svelato la sua presenza ai piantoni sulle mura, e di conseguenza suo unico riparo possibile era il ruvido mantello di lana. Sperò che l’incontro fosse veloce, ma le sue attese furono deluse. Il sole scese lentamente dietro i monti, finché solo un’unghia luminosa accarezzò le vette, tingendo il cielo, ormai quasi sgombro di nubi, di un rosa freddo, mentre a tratti refoli di vento gelido schiaffeggiavano i rami delle querce, paradossalmente verdi in quel precoce assaggio di un autunno ancora a venire. Morzellictu si accucciò all’ombra di un grosso masso coperto di muschio, avvolgendosi fino agli occhi nel mantello, nel tentativo quasi del tutto vano di proteggersi dall’aria frizzante, e attese a lungo, chiedendosi come mai ci mettessero tanto.

Quando uno scalpitio tranquillo risuonò lungo la strada, Morzellictu sbirciò con i suoi occhi acuti nell’ombra e comprese: nel buio quasi assoluto avanzavano due uomini, uno a cavallo e l’altro, evidentemente di ceto inferiore, in groppa ad un mulo. Morzellictu stette a guardarli mentre percorrevano l’ultimo tratto di strada nel bosco, per poi sbucare all’aperto. Quando furono giunti sotto il torrione dell’ingresso, il servitore intimò alle guardie di aprire al signore del castello e il suo grido echeggiò lungo il prato, raggiungendo il bosco e l’udito di Morzellictu, il quale annuì fra sé e sé, avendo ricevuto conferma che l’uomo che procedeva in sella al robusto corsiero non era altri che Maurel de Saours.
Ora non restava, per lui, altro che attendere ancora, e, avviluppandosi più stretto nel mantello, Morzellictu sospirò.
Attese a lungo, sbirciando di tanto in tanto l’ombra scura della rocca che si stagliava netta contro il blu intenso del cielo notturno. Il freddo era divenuto pungente e Morzellictu si trovò ripetutamente a svegliarsi a causa di brividi convulsi da improvvisi e sempre più frequenti cedimenti al sonno. Stava per alzarsi, quasi deciso a scendere a valle, dove almeno non lo avrebbe perseguitato il vento, sempre che non avesse trovato asilo nei rifugi che i pastori costruivano sui pendii delle montagne, scavando il pavimento nella terra calda e riparandolo con una sorta di cupola conica di muratura in pietra a secco. Ma non gli pareva di averne visti, così a bassa quota, e restò indeciso a scrutare nel buio, sul punto di alzarsi, quando un cigolio distante gli segnalò che il portone della rocca era stato aperto. Si acquattò nell’oscurità, carezzando l’asino, il cui calore corporeo aveva alleviato la sua sensazione di gelo, per tranquillizzarlo, e scrutò attento la via, oltre le querce.

Le figure di due uomini a cavallo si stavano allontanando dal castello, scendendo al passo lungo la strada, accompagnati dal ritmico schiocco degli zoccoli sulla superficie compatta e pietrosa del selciato, e Morzellictu riconobbe, nonostante il buio, Jacopo della Rocca e lo sconosciuto cavaliere francese. Tirò un sospiro di sollievo e guardò i due avvicinarsi e ripercorrere il tragitto verso Aquila, chiedendosi se sarebbero tornati effettivamente in città. Aspettò che i cavalieri sparissero oltre una curva e poi, carezzando nuovamente l’asino perché non si agitasse, montò in sella, augurandosi di non perdere di vista i suoi sorvegliati. Costrinse la bestia a cavalcare ai margini della strada, sull’erba folta, per evitare che i due cogliessero con l’udito lo scalpitio seguirli nel silenzio profondo della notte, interrotto solo dal sibilo delle improvvise raffiche di vento, e, pian piano, percorse la via del ritorno verso Aquila.
Di tanto in tanto, quando la strada sbucava in ampi spazi aperti, Morzellictu riusciva a scorgere in distanza le sagome dei due cavalieri, giungendo alla certezza che costoro erano effettivamente diretti di nuovo ad Aquila.

«Un problema in meno», si disse, sollevato al pensiero che non avrebbe dovuto seguitare a braccarli in luoghi distanti. Galoppò sereno e in silenzio fino al ponte sul fiume, nei pressi della piccola chiesa di Santa Maria detta proprio del Ponte di Balneo, dove, senza riflettere, incominciò a fischiettare sommessamente. Non si preoccupava più di essere scoperto, poiché nulla poteva svelare i suoi movimenti nella notte che stava per finire. Allora osò di più.
Sostò brevemente sulla riva dell’Aterno per dissetarsi e poi rimontò in sella, spronando stavolta la bestia, che, trotterellando docile, si arrampicò, oltre il crocevia, in direzione della città, la quale, nei primi impercettibili chiarori dell’aurora, appariva alta sul pendio, con le mura e le torri incompiute serpeggianti sul crinale, le porte di Thione e Baczano, serrate fra torce danzanti, i camminamenti sui quali andavano e venivano instancabili le guardie, mentre le case erano ancora sommerse dalle ombre di una notte che si rifiutava di abbandonare la sua presa.
Morzellictu proseguì imperterrito verso la Porta di Baczano, ridacchiando fra sé quando, seduti su un vecchio tronco caduto, a poche decine di passi dalla città, scorse le sue prede. Si avvicinò e li salutò con deferenza, accomodandosi accanto a loro, fingendo indifferenza ma restando con le orecchie ben drizzate per captare eventuali interessanti stralci di conversazione.
I cavalieri lo guardarono a loro volta, vagamente incuriositi, ma erano entrambi silenziosi ed assorti e, con rammarico di Morzellictu, non si scambiarono che poche insignificanti parole.
Lentamente ed inesorabilmente il cielo cominciò a schiarire, ad oriente, finché anche le ultime stelle, ad occidente, non furono che deboli bagliori. Allora una sottile unghia sfolgorante bruciò le lontane vette orientali e una campana, seguita in breve tempo da altre in differenti contrade della città, indirizzò al cielo azzurro il suo cristallino salmo di lode.

Era l’invito al matutinum e negli appartati asili di preghiera i monaci e le monache si recavano in file silenziose ad elevare a Dio i primi inni di lode del breviario.
Nello stesso istante, un tramestio nascosto dalle robuste ante di quercia annunciò l’imminente apertura delle Porte civiche. In quello stesso istante Morzellictu, ormai stanco del freddo e della lunga veglia, si accorse di altre figure in attesa, con carretti, animali e mercanzie, giunte ad attendere l’apertura delle porte per svolgere i loro affari in città. Stropicciandosi gli occhi il servo tornò a sbirciare verso i due cavalieri, i quali si erano alzati e segnati piamente alla squilla delle campane a matutinum, per poi afferrare le briglie dei cavalli, decisi a varcare velocemente la doppia Porta.
Morzellictu li seguì, con aria noncurante, finché i due giunsero al culmine della via di Baczano, lì dove il pendio scemava in un quadrivio che rappresentava l’intersecarsi delle principali strade che attraversavano la città, correndo da Porta Lavareta a Porta Baczano e da Porta Paganica a Porta Rivera, presidiato dalla mole già solida del convento dei Francescani e da quella di giorno in giorno più svettante della Torre Civica. I due giovani si fermarono e si salutarono semplicemente per poi separarsi, presumibilmente diretti, come si disse Morzellictu, ognuno alla propria dimora. Allora l’uomo di Bernardo divenne improvvisamente frettoloso e, con urgenza, fra vergate ed esortazioni quasi abbaiate, trascinò lo stanco asinello verso la sua stalla nella dimora del quarto San Giorgio, nel rione di San Flaviano, mentre la vita riprendeva nella città che si risvegliava, speranzosa di fronte al sole nascente in un cielo sgombro di nubi.

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